Per pesare il cuore con entrambe le mani ci vuole coraggio

Quando in un matrimonio si crea una crepa tale da portare al tradimento il matrimonio è già finito. Cazzate.

Sono l’altra. Scrivo e cancello, cerco parole diverse, non ci sono.

La verità è che quando tocca a noi corriamo subito a comprare scatole di ma e di però che già sappiamo ci serviranno. Lì usiamo in modo sapiente, senza che salti brutalmente all’occhio, ci guardiamo allo specchio per pochi secondi per non terminarne subito la scorta.

E’ diverso, non è paragonabile, noi siamo altro. Noi. Mi sento quando pronuncio queste frasi, credendoci. Ciecamente.E però ne sento anche lo stridore, perché se è pur vero che le storie non siano mai sovrapponibili, comunque io la voglia girare, qualsiasi sia l’immenso sentimento a cui io mi voglia aggrappare, la verità è che io, oggi, sono l’altra.

Io. Cazzo.

Quando mi sono separata non ho dato alcuna  responsabilità  reale a bellicapelli, sapevo quanto il mio matrimonio fosse al capolinea, lei, un’altra, poco importava, ho detestato le sue bugie, il suo tramare alle mie spalle, il fare la finta amica, l’attirare a sè i ragazzi, ma basta, nulla oltre questo. Ho ricercato i motivi in noi come coppia ed erano così tanti e pesanti che il fatto che ExTT abbia cercato felicità altrove mi sembrava quasi scontato. Poi, sul resto si può discutere, che c’è modo e modo.

So di non avere nell’amore di oggi una reale responsabilità, è andata così, era già andata così, che ha un suo peso in questa storia.  So che non è uno scherzo, un gioco, so benissimo quello che voglio e so quanto lo voglio. Io. Mi obbligo a soffermarmi davanti a quello specchio ogni giorno un istante in più, per non rinnegare tutto ciò che sono e che sono diventata e non è affatto facile.

Io sono l’altra. Anche se non mi sento formalmente tale, lo sono per il mondo. E nella quotidianità lo sono per lui. Anche se non me lo fa mai sentire, anche se non credo davvero lo senta, ma la quotidianità non è fatta solo di parole e promesse e rassicurazioni. E comunque il problema non è la quotidianità, il problema, per una volta, non sono io. 

Ogni giorno mi nutro di progetti e di un futuro incerto in cui davvero credo, vorrei poter essere felice senza lasciare morti sul mio cammino e non accadrà. Da questo momento in poi, qualsiasi cosa succeda qualcuno soffrirà, molto. E se non sarò ancora una volta io, ne sarò comunque la ragione. Bella scelta.

Tutto per essere felice.

– Deve farlo per se stesso, non può caricarti di un peso così grande, tu non c’entri. –  Le frasi si ripetono come dogmi. Ma perché mai? Se non sei travolto è forse fin troppo facile giudicare e lo è ancora di più assolvere. E comunque lo so benissimo che io c’entro eccome, nascondermelo non serve e non porta in nessun luogo dove io voglia stare.

Il mio lieto fine sarà l’inizio di un tunnel in cui ho abitato per anni per un’altra persona, un’altra donna, che non conosco, che non mi ha fatto nulla. A cui ho già fatto male. Il mio lieto fine sarà la fine di una famiglia, il dolore di ragazzi che non conosco, che in qualche modo avrebbero a che fare con me e io dovrò guardare negli occhi. E se gli eventi ci risparmieranno il disastro e lei non lo saprà mai e loro non lo sapranno mai, lo saprò io. Come si convive con questo? Come ci convivo con questo? E il rischio è che che non ci sia per molto tempo alcun lieto fine neppure per me. Per noi.

Non vorrei fosse così, per una volta vorrei che fosse facile, vorrei uscirne pulita, irresponsabile. Vorrei non dover fronteggiare il dolore di nessuno, non essere causa di dolore per nessuno. Vorrei non dover più avere a che fare con il mio. E invece svuoto le scatole da tutti i ma e i però, gli alibi non mi aiuteranno ad arrivare dove vorrei stare e le riempio di senso di responsabilità e pure di colpa, quello mettiamolo sempre, le riempio di razionalità, di prudenza, di cruda lucidità e di egoismo e lo chiamo con il suo nome.

E mi perdono.

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Il silenzio dopo un po’ parla e dice cose che non vuoi sentire. Da: Fare la splendida non ti rende tale 

CI SONO GIORNI IN CUI

Non fa meno male solo perché sapevi che avresti sofferto

La mancanza non è alleviata dalla necessità della lontananza

Sapere che ci sono reali impedimenti non ti fa mettere l’anima in pace

Provare a non vivere sospesi non rende l’attesa più accettabile

Cercare di essere forte, positiva e serena non basta per esserlo davvero

Credere ad ogni tua parola non rende la gelosia più sopportabile

Deluderti non è sufficiente  per scuotermi né per non dispiacermene

Voler uscire dai pensieri negativi non equivale affatto a riuscirci

Capire di essere ben più fragile di ciò che pensavo non mi rende più forte

Sapere che è solo un momento non fa scorrere più veloci le lancette dell’orologio

Detestarmi così sopraffatta dagli eventi non mi rende migliore

Fare del proprio meglio e vedere che non basta non necessariamente ti dà la forza di riprovare

Non è più facile solo perché sapevi che sarebbe stato difficile

Ma non c’è difficoltà, gelosia, mancanza, delusione, fragilità o dolore che possa, anche solo per un attimo, farmi mettere in discussione ciò che siamo.

*dichiarazione d’amore e di intenti solo per caso pubblicata oggi


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A Separation. Da: poteva andare meglio, poteva andare peggio

Separarsi non è mai bello.

Non è bello neppure quando lo fai per dare spazio ad un nuovo amore, se poi sei dall’altra parte è pure meno bello, sia chiaro. Non è bello stare male, non è bello fare male, non è bello gestire il dolore dei figli, che tu subisca o agisca, no, non è bello.

Separarsi può far schifo.

Fa schifo vedere che di anni e anni di matrimonio non rimane nulla, fanno schifo le penose discussione sui soldi e peggio ancora sull’affidamento dei figli. E se guardi gli occhi dei bambini che vengono travolti da discussioni sull’affidamento, sui soldi, su quale dei due genitori con cui fino all’altro giorno cenavano ad uno stesso tavolo ridendo, abbia ragione o torto, ti rendi proprio conto di quanto faccia davvero schifo.

Tutte le separazioni si portano dietro la loro dose di infelicità e però non c’è una separazione uguale all’altra. Mai.

E allora quando una mattina apri gli occhi e ti rendi conto che ti è toccato o hai voluto imboccare quella strada non hai tante possibilità se non quella di darti delle priorità e cercare di mettere un piede davanti all’altro su una strada che cazzo, mica conosci e poi è buio, piove, fa freddo e tu sei scalza e in mutande. Più o meno così. E vorresti solo arrivare il più in fretta possibile al caldo da qualche parte. Qualsiasi parte.

E ciò che non hai realizzato è che se ci sono figli tu rimarrai in qualche modo separata per sempre e che non c’è alcun posto caldo girato l’angolo e che tutta la tua vita sarà irrimediabilmente segnata da quel nuovo status.

E sì, prende un po’ il panico, che tu sia inebriata dalla separazione o schiacciata dalla mancanza, il momento del panico arriva. E l’unica certezza è che con buona pace, qualsiasi cosa tu farai in questo stato, sbaglierai.

ExTT è un pessimo ex marito e forse, con il senno di poi e la dolorosa lucidità che questo si porta appresso, anche come marito avrebbe potuto fare di meglio, ma forse anche io non sono stata una gran moglie, magari avrei dovuto spronarlo a fare di meglio… chissà. ExTT era un bravo papà e comunque la si voglia girare lo è ancora, i suoi figli, ormai tanti e di età diverse, lo adorano tutti, lo proteggono tutti, lo difendono tutti, un essere intoccabile. E io so che, nonostante lui sia il re dei manipolatori, tra loro c’è un affetto sincero fatto di tempo e dedizione e forse sì, anche del suo modo sapiente di legarti a lui a doppio filo ma i miei ragazzi e anche i non miei, non potranno mai dire di non aver avuto un padre presente ed affettuoso. E forse non è poi così poco…

ExTT non è un buon esempio per i suoi figli, per nessuno ad onor del vero, ma questo io lo sapevo bene e nonostante tutto i figli con lui li ho fatti e manco posso dire per caso, questa cosa mi si ritorce contro ora che io non sono più un quotidiano contraltare alle sue cazzate, sono solo un altare diverso in un altro posto e spesso il paragone non si può fare e le cazzate passano impunite. Fa rabbia, ma anche io mi faccio rabbia e davvero a volte occorre pensarci prima alle conseguenze delle proprie azioni, non dopo. Dopo puoi solo lavorare il quadruplo per arginare, e passi pure per stronza. E così sia.

ExTT è un personaggio sopra le righe e pure sopra le regole, criticabile ed attaccabile da ogni punto di vista ed è tutt’altro che stupido ed è assolutamente impermeabile a tutto e questo rende la mia vita non semplice. Per lui esistono solo i figli, l’unica cosa che vuole è il 50% dell’affidamento e sarebbe disposto a scalare montagne scalzo per ottenerlo, o peggio (…) l’affidamento esclusivo di figliogrande, in un’epoca in cui non era affatto scontato, ne è la prova provata, so chi ho davanti, non lo dimentico. Mai.

ExTT può fare molta paura, non sai mai fino a dove si spingerà perché nessuno interrompa la sua quiete, ricordo fil livore nei confronti della mamma di figliogrande, ricordo ancora la faccia di mio padre, ormai vecchio e stanco che mi scongiura di non procedere con una causa giudiziale. Mi scongiurava… Senza aggiungere nessuna parola, guardandomi solo negli occhi e scuotendo la testa con un laconico – non ne vale davvero la pena – e io muta, perché forse, forse, forse, aveva ragione, mio padre.

E non c’è solo tuo padre, c’è un mondo fuori che ti vede soccombere, e glissare, giustificare, perdonare, accettare, ancora e ancora come se il tuo limite non esistesse, ti vede tollerare e spostare la barra sempre un po’ più in là e davvero non lo sopporta. Ci sono persone che ti vogliono bene, bene davvero e tutte mosse da comprensibile preoccupazione, sembra che sappiano esattamente cosa tu dovresti fare, spesso peraltro cose diverse e tu ondeggi tra un torna immediatamente (???) a Città Dove Sei Nata e ovviamente con le bambine (come se fossero una mia proprietà e come se fosse fattibile) a denunce di ogni tipo a roba che manderebbe in galera te se davvero in un momento di sconforto tu la facessi. E ascolti tutto e tutti e pensi che tutti abbiano ragione ed al contempo torto, pensi che nessuno era lì con voi nei vent’anni passati assieme, nessuno sa davvero e il problema è che, cazzo, neppure tu sai più nulla di nulla perché l’uomo che ti ritrovi davanti non è più quello che hai sposato, con cui hai fatto figli ed è spiazzante e pensi che no, non possa essere così, che non farai proprio nulla di irrimediabile, perché forse, con il tempo, il buonsenso, la ragione, le parole…

E allora ho sbagliato, travolta da un iniziale dolore, dalla disperazione, dalla paura, dalla solitudine, dalla rabbia e forse anche dalla gelosia, non tanto per lui, quanto per la famiglia felice che aveva in un amen ricreato, con i miei figli, i nostri mobili, le nostre posate, il nostro cane, ma senza di me. Ho inanellato un errore dietro l’altro, mi sono persa mille volte in quella strada buia e fredda e piovosa e poi non ce l’ho fatta più e mi sono infilata nel primo posto caldo che ho trovato solo per riprendere fiato e poi riprovato, ancora e ancora e ancora senza fermarmi e non intendo smettere perché so che la soluzione non è la quiete di oggi che vede lui vincitore e me perdente. Lui ha in fondo ottenuto ciò che voleva, io certamente no. Se non aver capito che separarsi andava semplicemente fatto, forse molto prima e possibilmente non così. Da qui non se ne esce.

Che se è vero che ogni separazione è dolorosa, alcune tendono a peccare di protagonismo.

Poi però guardo queste due bimbe, all’apparenza serene, la professoressa di Figlia1 ai colloqui si spertica in lodi e mi dice – signora, mi creda, io ne vedo tanti di figli di genitori separati, siete stati bravi, molto – e vorrei solo dirle che io sono stata brava, io, io che ho smorzato, deglutito, evitato lo scontro, addirittura difeso quando le puttanate erano ovvie anche per una bimba di 8 anni, io che mi nascondevo per piangere e che facevo i salti mortali perché la loro vita non fosse completamente stravolta, io sono la perdente che è stata brava. E mentre mi mordo la lingua realizzo che in fondo , posso però dire di non aver fatto forse troppi danni ai miei figli, che sono sereni, a tratti felici e che forse questa è l’unica cosa che davvero conti.

La verità è che non lo so, non ne sono convinta, perché so che se mi fermo ora, se mi accontento di una serenità del quotidiano non sto lottando per loro come dovrei e terrorizzata dal rompere un equilibrio raggiunto dopo mille sacrifici lascio ancora una volta il mio posto caldo e scrivo una email che non sarà priva di conseguenze e premo invio e immediatamente realizzo come la mia vita sia cambiata dall’ultima volta che avevo trovato il coraggio di premere invio.

Non esiste una ricetta per ottenere la buona separazione, ne esistono però interi libri per separazioni davvero disastrose, non conosco tutti gli ingredienti che portano al disastro ma forse il risultato iniziale non faceva poi così schifo. E allora proverò a rifare la mia ricetta ancora e ancora, con i pochi ingredienti certi che so di avere, dosandoli diversamente, che se non cambio nulla, nulla cambierà: poche priorità, scacciare la paura, prendere fiato, uscire al freddo, fino a quando reggerò, con la profonda differenza che oggi conosco la strada per il mio posto caldo in cui tornare e riprendere fiato.

E davvero non è poco.



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Noi. Da: Tutto uguale, tutto diverso. 

Non eravamo giovani o almeno non così giovani da poterci perdonare ogni sciocchezza. Non eravamo liberi, che alla fine tutto ruota sempre attorno a questo piccolo particolare, sui perché due come noi avessero deciso di fare tutto ciò che stavano facendo non volli troppo indagare all’epoca e ne pagai un prezzo altissimo. Sia allora che poi. Sui perché spesso è meglio indagare. Dico ora,  sempre accompagnata dal mio fido amico senno di poi. Non eravamo saggi, nè prudenti, nè ragionevoli. Ma l’amore non è affatto saggio, nè ragionevole e tantomeno prudente  e noi eravamo innamorati, ecco, quello sì.  

Qualsiasi intoppo, anche di quelli enormi, anche di quelli che definirli intoppi proprio non si può , qualsiasi ostacolo ci si fosse mai parato davanti noi l’avremmo superato. Assieme. E lo facevamo veramente, e i progetti e i sogni, messi all’angolo dalle circostanze, si trasformavano giorno dopo giorno in illogicità pura, in deliri d’amore, in piani a lungo termine in cui a pensarci ora l’unica cosa davvero certa era proprio il termine. In un disastro annunciato. Abbiamo provato a lasciarci, a rientrare nelle nostre vite con coscienza e determinazione, rinunciando spontaneamente a noi, ma Noi ha sempre vinto e puntualmente capitolavamo aggiungendo un altro pezzo di follia al mondo assurdo che stavamo provando a costruire. Non ne ero orgogliosa, era un piano dettato dall’amore e dal terrore (pessima combinazione)  e non certamente dal buon senso e lo sapevo ma mi aggrappavo a quell’improbabile domani perché perderti era insopportabile. Semplicemente. E così facevi tu. Non eravamo saggi, nè ragionevoli nè prudenti. No davvero. Ci amavamo molto però, quello sì, di quell’amore che tutto può o almeno così ci piaceva pensare. 

Quando tutto è crollato, perché forse un po’ più di prudenza e saggezza e ragionevolezza avrebbero aiutato, ho capito in una frazione di secondo cosa intendano quelli che sostengono che vivere non gli interessi in fondo più. Ecco. Buio. E sarebbe forse romantico dire che nel buio sono rimasta, guardando un soffitto o appendendomici, che quando il dolore si fa insopportabile i pensieri non sempre sono i più logici. E invece banalmente mi sono asciugata le lacrime, ok, per un bel po’ di volte, ho cercato un senso in ciò che avevo e c’è da dire che ciò che avevo un senso l’aveva eccome, ho abbassato lo sguardo facendo finta che tutto andasse bene, sguardo fisso su un punto perché la determinazione è stata la mia salvezza e ho vissuto, senza un polmone o un braccio o un occhio, irrilevante, senza un pezzo la cui mancanza non sarebbe mai e poi mai passata inosservata ma sono andata avanti e ho accettato una vita senza di te. Saggia, prudente, assolutamente ragionevole. Ma a metà. E anche molto felice, a tratti.

Tu dall’altra parte della strada o del mondo facevi la stessa cosa. Saggio, molto prudente e assolutamente ragionevole. A metà forse. E con buona probabilità anche molto felice.

Lo siamo ancora, oggi, saggi e anche molto più prudenti direi e della ragione facciamo il nostro punto di forza, perché tanti e tanti anni a metà devono lasciare il segno, devono insegnare qualcosa, devono ricordarci che ci si può perdere anche quando vivere l’uno senza l’altro è l’ultima cosa che si vorrebbe. Devono ricordarci cosa vuol dire vivere a metà. E ci insegnano a vivere l’oggi a non rinunciare più a nulla in nome di un imprecisato non si sa bene cosa, ad essere schifosamente egoisti, perché così saremo persone migliori, compagni migliori, genitori migliori, professionisti migliori, anche, perché saremo semplicemente e un po’ banalmente felici. Sempre avvolti nel quotidiano e nei problemi che si porta appresso, ma felici. Che nessuno dei due ha la bacchetta magica. E qul sorriso quando apri gli occhi al mattino non mente.

E allora sono ancora e davvero inevitabilmente progetti e sogni, non più così folli, ma con preziosa determinazione e contorni che giorno dopo giorno prendono forma. E fa sorridere che, a pensarci bene, non siano poi così diversi i nostri sogni. Noi, insieme, in qualche modo. E non è facile neppure ora ma, scoccia ammetterlo, hai ragione tu, è tutto diverso, noi siamo diversi, ora definitivamente non più giovani, ma più saggi, ragionevoli e quasi sempre prudenti e assolutamente innamorati. Sì. 

Ed allora io ho paura. 

Che l’amore non è saggio, nè prudente e certamente non è ragionevole e le cose accadono e quella che porteresti via andandotene ora sarebbe l’altra metà. L’ultima rimasta. 

– in memoria di un 5 gennaio di una vita fa che segnò la fine che non fu una fine –



Se non ora, poi. 

La verità è che l’essere umano  vuole tutto e subito, soprattutto se una cosa è bella, soprattutto se addirittura ti rende felice.

Felice.

Te la rigiri tra le labbra questa parola, parola che in fondo aveva completamente perso significato per te. Ridicola quasi. Alla felicità aspiri in terza media forse, poi arriva la vita a dirti che è uno scherzo, che forse è il caso di abbassare un tantino le aspettative.

Eppure.

Eppure ne sei così sicura che fosse proprio felicità. 

E montano i sensi di colpa, sentimenti contrastanti che vorresti non provare. Paura e malinconia su tutti. E mentre la seconda è la tua sorella gemella e la sai gestire benissimo, sai come arriva quieta, come monta come un’onda e come tale inarrestabile ti invade, sai che non serve contrastarla, come l’acqua poi si ritirerà, lasciandoti a volte intirizzita, altre un po’ scossa, che c’è onda e onda… La paura però no, quella ti paralizza e basta e lascia libera quella parte di te che hai così ben imparato a proteggere in questi anni non propriamente in discesa.

La paura fa paura. Paura di aver paura. Ancora. E sai che non se ne esce, sai che al contrario della malinconia devi contrastarla con tutte le tue forze, non deve trovare spazio. E forse, in fondo, sai anche che è un eco di una vita lontana, sai che le cose non devono necessariamente andare male, che la vita può sorprendere e che è giunto probabilmente il momento di dare fiducia al prossimo.

Non lo nego, ci sono momenti in cui vorrei molto semplicemente tutto. Tutto e subito, istanti  in cui l’attesa mi spaventa per l’incertezza che si porta  appresso. Ci sono momenti in cui domani suona come la promessa di un regalo di Natale fatta a luglio ad una bimba di 8 anni. Ci sono momenti in cui, adesso, ti sembra l’unica risposta possibile.

E grazie al cielo rimontano i sensi di colpa, ora per non essere in grado di vedere solo la meraviglia del tutto. Perché non avere più 8 anni dovrà pure avere dei vantaggi. Cogliere la profonda differenza tra accontentarsi ed aspettare. Io aspetto.  Aspetto e intanto vivo e no, non mi stavo affatto sbagliando. Era proprio felicità.

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Attendere prego

Ci sono periodi in cui semplicemente non si ha nulla da dire o forse non si sa come dirlo, vero è che se non hai nulla da dire e se quel poco che hai non sai per di più come dirlo, tenere un blog non sia una scelta azzeccatissima.

E quindi aggiorniamo, chi me l’ha chiesto e pure chi ne avrebbe fatto anche a meno.

Figlia1 ha cominciato le medie. Sarò melensa ma con la trasformazione di Figlia1 io non ho fatto pace e mi ci vorrà un po’. Ho dato il bacio della buonanotte ad una bimba paffutella, ragionevole, sorridente ed ironica e la mattina dopo si è svegliata, in quello stesso letto, una ragazzina attenta al fisico e al vestiario, irremovibile, malmostosa e beh, l’ironia grazie al cielo è rimasta e mi aggrappo a quella per smorzare assurde scenate, crisi di pianto e sit-in che farebbero invidia ai più noti manifestanti mondiali. E le crisi di pianto ogni tanto vengono a me quando ingaggia battaglie che dovrà per forza perdere ma le combatte comunque con ogni sua forza, togliendo a me la mia. Cambiano da un giorno all’altro, dicevano i genitori nel tunnel e francamente, venendo io da una lunga quanto docile e drammaticamente senza fine, adolescenza di Figliogrande, non avevo mica ben chiaro il concetto. Figlia2 mi guarda preoccupata mentre osserva la sorella in veste transformer, teme accadrà anche a lei e con buona pace così sarà, anche se forse il suo carattere da sempre complesso, renderà il passaggio meno stridente, il che vuol dire solo che ho penato anche nel decennio precedente. Poco da festeggiare. Di Figlia1 è rimasto, per ora, pochissimo, un ottimismo di fondo che la fa tornare da scuola contenta e pazienza se si vuole svegliare alle 6 per lavarsi i capelli, passerà. Attendo.

Figlia2 è ancora la mia piccolina, legate a doppio filo ci capiamo con uno sguardo, prevedo le sue bizzarrie, le smorzo con sapienza, sta diventando saggia, saggezza che stenta ad emergere soffocata dal suo essere tremendamente tranchat, con tutti  e intransigente con sè stessa. Troppo. Adora il padre ma non ama l’ovvia confusione in una casa con 2 adulti, 4 bimbi, 1 neonato e un cane gigantesco. Mi chiede se può vivere più con me. Spero sia un suo modo per dirmi che mi vuole bene perché no, non può. E su questo non si discute. Da mesi viviamo una situazione pesantissima in palestra, una serie di timori l’hanno bloccata, lei ha deciso che nonostante sia quasi ferma e incapace di gesti atletici che aveva fatto suoi da anni, non intende smettere. La sua volontà si scontra con i tempi dell’agonismo. Io medio, ascolto, consolo, sprono, faccio ragionare (adulti e non), sgrido, cerco soluzioni, le metto in pratica, la vedo fallire e non mollare, straziata da un lato e fiera dall’altro. Un metro e 20 di caparbietà avviluppata in un problema inesistente che si è creata da sola. Fa male e dà al contempo speranza vederla nel suo angolo che prova e riprova un esercizio che non le riesce più. Sai che lei non mollerà, che anche se questo lungo viaggio dovesse finire tua figlia non è una che molla, anche se mi rendo conto che dovrei forse insegnarle che invece c’è un momento giusto per lasciar perdere e girare pagina. Non sono una grande maestra. No. Attendo.

Su Figliogrande stendo un pietoso velo. Davvero, troppa fatica e dispiacere vederlo così. Ha abbandonato l’università, ciondola senza una chiara idea di cosa fare, ogni mia proposta l’accoglie con un contenuto entusiasmo salvo poi non fare assolutamente nulla. Io dovrei organizzargli tutto, non intendo farlo. Quest’estate ci siamo ripetutamente scontrati, ci vediamo e sentiamo meno, ma ha già un padre e una madre che lo trattano come se fosse un mentecatto. Io ho solo voglia di scuoterlo. Il nostro tempo tornerà, lo so, non so quando ma tornerà. Oggi è un quattordicenne in un corpo di un ventenne, mi spaventa ma so anche che è un bravo ragazzo, in fondo. Spero quel fondo lo salvi dal buttare anni e da cazzate senza soluzione. Spero e attendo.

L’erede è nato. Ha ormai un po’ di mesi è un bimbo bellissimo che mi ricorda tanto Figliogrande in fasce. Se mi capita di imbattermi in ExTT da solo con lui, mi viene instintivo vezzeggiarlo, accarezzargli un piedino, poi sale sempre quel grado di imbarazzo che mi fa desistere. Anche se gli occhi di ExTT sono sempre velati da un sentimento che non riesco bene a definire, gratitudine forse?  Ho deposto le armi con ExTT, è un uomo ormai di una certa età, con equilibri familiari che l’hanno visto soccombere, distrutto dalla fatica del quotidiano e so che ha voluto tutto lui, so che non dovrei avere pietà, che è ora il momento di affondare il coltello, di prendermi la rivincita, ma non lo farò, non serve, andremo avanti con le nostre vite ormai diversissime e lontanissime e cercheremo di trovare un equilibrio. Equilibrio che già c’è se mi guardo attorno e paragono la nostra separazione ad altre. E mi accontenterò, sì, ed è una cosa difficilissima da fare, ma anche l’unica. Basta avvocati, basta discutere sull’irrisolvibile, perdonerò la mia ingenuità, accetterò la sconfitta con serenità, ho sbagliato 3 anni fa, ho creduto alle promesse di un uomo che mi mentiva da tempo, ora serve perdonare, dimenticare, andare avanti, rimango vigile ma ora so che non sarò io ad affondarlo. Non posso e non voglio, lo farà probabilmente da solo o forse no e dovrò ricredermi su tutto. Ne sarei felice. A volte saper rinunciare, fermarsi, smettere di lottare è la chiave. A volte. Oggi non mi resta altro che aspettare. Attendo.

Dove non mi è concesso attendere è al lavoro, le cose non sono andate come dovevano andare e la mia parte di colpevolezza in tutta onestà è intorno al 3% e sono arrabbiata, furente, perché per ciò che si chiama stato di necessità, nuovamente ho dovuto chinare la testa, accettare condizioni capestro e farmele andare bene. Però no, non attendo, equivarrebbe a rimanere seduti ad aspettare la fine e decisamente non mi appartiene. Quindi si riparte, è di nuovo qualcosa di tuo, come un tempo, c’è di nuovo LittleB accanto a te, come un tempo e devi solo rimetterti a correre, fino a che non romperai il fiato la sensazione sarà quella di non farcela, gambe dure, respiro corto e cuore impazzito, ma basta continuare a correre, dicono. Corro.

Probabilmente oggi non ho la vita che avevo sognato, desiderato o anche solo immaginato, ma si tratta davvero solo di attendere e le cose incredibilmente troveranno il loro posto, come fino ad oggi è peraltro accaduto. A volte si incaselleranno come un un cubo nel buco quadrato altre volte occorrerà forzare, rompere, lavorarci sù, aggiustare, attendere. È una questione di prospettiva e  la prospettiva può cambiare in un istante. Compromessi, pazienza, dimenticare gli assolutismi, cosa sia giusto e cosa sbagliato per il comune sentire, ragionare di testa, di cuore e di pancia, non tendere verso l’irrealizzabile, saper gioire del molto che si ha, guardare a sè stessi.

Un pensiero felice prima di addormentarsi che ritrovi al risveglio.

Il resto può attendere


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Succede…

Succede che una mattina ti svegli e mentre fai colazione realizzi che c’è qualcosa di strano, di diverso. Rimani in apnea per un secondo e l’ondata dolorosa arriva, riconosci tutte le sensazioni, è un dolore fisico e mentale e non provi a cambiare pensiero, sai che non serve, la risacca ti lascerà stanca e vuota e tu andrai a vivere, come ogni giorno.

Mentre la routine ti trascina lungo il corso delle ore, succede che realizzi che però, per la prima volta da tanto, tanto, tantissimo tempo, l’onda non ti ha soffocata al risveglio, non è stato il tuo primo pensiero cosciente, è arrivata un po’ dopo, con la stessa forza distruttrice e non ricordi se hai davvero pensato ad altro prima, ma è il tuo spiraglio di speranza, quel passerà che ti ripeti per andare avanti ogni giorno.

Così succede che anche se non ti sembrava possibile la vita va avanti, tu torni parte attiva della tua esistenza e a momenti puoi anche definirti felice. E succede che l’onda non fa più tanti danni, succede che a volte sei tu a richiamare il ricordo che hai imparato a contenere, non ti coglie più impreparata al risveglio, ma ti segue nella buona e nella cattiva sorte ed è stranamente rassicurante.

Succede che smetti del tutto di chiederti perché, se avresti potuto fare qualcosa di diverso, se avrebbe dovuto fare qualcosa di diverso. Succede che cresci, cambi lavoro, fai figli, ti sposi, cambi città, regione, vita, succede che le cose vanno come devono andare, succede che vivi.

Succede che in fondo è normale cercare un ricordo felice quando tutto va a rotoli e ora hai la libertà di farlo, senza sensi di colpa, ora potresti fare ciò che prima non potevi, ma non vuoi disturbare, perché tu sei così e allora lasci segni discreti, non sai neppure se arrivino al destinatario i tuoi segni, non sai soprattutto se tu sia la sola ad aver protetto un ricordo per un tempo infinito e a lasciargli il valore che aveva, succede che davvero non sai, non sai niente.

Succede che il tuo assurdo tentativo non fosse poi così assurdo e dall’altra parte i pezzi vengano messi assieme, lentamente, quando tu proprio non ci speravi più anche se caparbia perseveravi. Ed è nuovamente un’onda, potente, sono parole fitte che cercano di ricoprire decenni di vita, un’urgenza condivisa, la sintonia che ricordavi, quella franchezza che sapevi non avresti più ritrovato, qualcosa che era e davvero inspiegabilmente ancora è. Per un istante sembra tutto cristallizzato ad una vita fa ma capisci che non è così, capisci che le persone possono accompagnarsi nella vita anche senza esserci.

E succede che saperlo rincuora, sapere di esserci in qualche modo stata. E senza certezze nè programmi, senza sapere assolutamente nulla, senza volere assolutamente nulla ti rendi conto che a volte la felicità può trovarsi in un semplice:

 

ci sentiamo domani.

 

Succede.


Che cosa hai da perdere? Da: Nuova Singletudine ed altre umilianti vicende.

Quando finisce una storia lunga ed importante, la gente reagisce nelle maniere più disparate. Più semplice è per quelli che lasciano per un’altra/o, in questo caso la scelta è bella che fatta, cambia il soggetto principale ma la  vita non sarà tanto diversa, magari all’inizio saranno giornate trascorse a letto e sesso sfrenato e sembrerà di vivere un qualcosa di unico e lontanissimo dal precedente logoro rapporto, ma il tempo passa per tutti e la quotidianità arriverà di nuovo, inesorabile. Ci sono quelli che si lanciano in una nuova relazione senza esserne pronti perchè banalmente ancora innamorati ma il terrore della solitudine è troppo forte. Ci sono quelli che scoperanno con tutto ciò che consenta loro di farlo sentendosi nuovamente addosso la vita e l’imbecillità dei 17 anni e infine coloro che si chiuderanno nel proprio dolore, aspettando che passi.

Quando mi sono separata il dolore era tanto, enorme, schiacciante e con buona probabilità non amavo più ExTT da tanto tempo, anche se ci ho messo io stessa secoli per realizzarlo, con buona probabilità lui l’aveva capito e con buona probabilità ha ritenuto la via più semplice quella di ricominciare tutto da capo, con un’altra. Dettaglio non trascurabile nel computo totale del dolore, mio ovviamente.

Ultimamente vedo i miei amici seriamente preoccupati per me, e cazzo, li capisco bene, sono una madre single, che vive in una città dove non ha grossi aiuti, che già così arranca per arrivare a fine mese, ExTT è non pervenuto da quel punto di vista e purtroppo il mio buon e bel lavoro pare vacillare. Per fortuna però ci sono gli amici, loro sì che si preoccupano per me! Peccato che nessuno abbia colto il perchè della mia insonnia, del mio essere taciturna, del mio declinare ogni invito, perché peraltro abbastanza dichiarato anche se non fa fine, qui la preoccupazione comune è che io rimanga sola.

Ora, gli amici (per tacer dei parenti) si sono divisi in 3 gruppi: coloro che mi vogliono vedere riaccasata (e qui non devo essermi spiegata tanto bene io) coloro che mi vogliono vedere con uno (uno a caso probabilmente, purchè possano dire che io ho una stabile relazione) e quelli che si accertano semplicemente che io stia trombando con una discreta regolarità (i miei preferiti, ovviamente).

Non posso dire di essermi distinta per acume nelle scelte post ExTT; ho incontrato molti amanti delle loro famiglie, che sono, pare, un evergreen, mi sono imbattuta in pazzi, quelli veri da TSO, ho creduto a separati in casa con accordi decisamente da rivedere, mi sono buttata nell’ignoto che poi era la solita minestra e ho riscaldato minestre che sarebbe stato meglio non scongelare. Ho lasciato che qualcuno mi facesse male, poco, ho fatto io male, un po’ di più. La maggior parte hanno incrociato i miei binari per lassi di tempo più o meno brevi, qualcuno è rimasto sotto altra forma. Che è una cosa bella.

Poi mi sono fermata, ho respirato profondamente e capito che era giunto per me il momento di stare, bene, con me.

Ma la preoccupazione in amici e parenti non si è placata, anzi, la mia singletudine ostentata è stata letta come un lasciapassare per porvi rimedio in prima persona. Ed è così che in un tiepido giovedì notte qualsiasi, un’amica qualsiasi, mi manda un messaggio wa: ho dato il tuo numero di telefono ad un mio amico, un bell’uomo (precisa come se per me la cosa avesse mai avuto un vero peso), separato con figli (questo un peso l’ha) ti contatterà lui (non si sa se e quando che fa misterioso), spero non ti dispiaccia e comunque, cosa hai da perdere? (Seguono faccine ammiccanti di cui ignoravo l’esistenza). Fammi sapere.

E allora ti faccio sapere che se fai un’altra volta una cosa così senza prima chiederlo ti prendo a sassate, ti faccio anche sapere che forse ce la faccio ancora da sola a rimorchiare e che comunque ok, vediamo come va, che in fondo che cosa ho da perdere?

E così il messaggio del misteryman arriva, in un mercoledì mattina lavorativo, un lunghissimo messaggio non male, che mi fa venir voglia di rispondere (notevole passo avanti) e che per qualche giorno mi fa gironzolare per Cittàlontana con un sorrisino ebete. Non parlo con nessuno dell’uomo disperato (perché diciamocelo, non deve essere messo benissimo per farsi dare numeri di sconosciute a caso). Il temerario prende un bel giorno il coraggio e mi chiama, parliamo del più e del meno, vagamente imbarazzati, fino a quando lui, prendendo la rincorsa e nella certezza di fare centro mi comunica di essere un uomo di larghe vedute ma anche un cavaliere di altri tempi (e già mi irrigidisco) e che, per farla breve, l’unica (ma unica eh) cosa che proprio non tollererebbe è che il figlio fosse gay.

Non mi ha più richiamata.

Penso che darò alle mie preoccupate amiche una lista di domande da porre agli uomini che mi vogliono presentare, la prima cosa che chiederò io d’ora in poi e cosa ne pensano della stepchild adoption, per dirne una. Giusto per una prima sommaria scrematura.

E tornando per un istante al punto di partenza: cosa ho da perdere? Ho tanto da perdere.

Tempo, per dirne una ovvia, fiducia nell’umanità tutta, senza voler suonar drammatica e beh, la fottuta dignità!

ndr: uno sparuto gruppo di amiche non deve sentirsi toccato da questo post. 

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Ogni numero moltiplicato per zero fa sempre zero

Non scrivo più.

Sono lentamente passata da 2 post al mese, a uno forzato, a zero (senza sforzo alcuno).

Non posso dire di non aver nulla da dire, che non ci siano accadimenti quotidiani meritevoli di essere raccontati, non posso dire che le cose stiano girando per il verso giusto, ma neppure per quello sbagliato. Certo ci sono stati giorni, in questo paio di mesi di silenzio, dove al risveglio il terrore dell’anno bisestile ha offuscato i pensieri. E lo so che non bisognerebbe essere superstiziosi, che se mi fisso con questa cosa sarà un disastro, ma davvero i miei anni divisibili per 4 hanno sempre fatto rima con funesti. Perchè questo  non dovrebbe?

Perchè sì è la risposta più sensata (e grintosa) che mi venga in mente.
Perchè ne ho le cosidette piene di anni di merda è un’altra risposta sensata a ben pensarci.
Perchè eddai cazzo, basta! E’ ciò che esclamo un giorno sì e uno no quando il destino sembra non aver ancora finito con me.

E sono stanca di raccontare piccole e grandi sventure, ho voglia di scrivere di cose belle, magnifiche, di fortune sfacciate, di amori travolgenti, di risate a perdifiato, di viaggi, di cambi di prospettiva, di successi. Solo che qui è zero.

Ci rido sopra. Metaforicamente.
Rido quando mia mamma cade dalle scale e si spacca naso e zigomo, avrebbe potuto ammazzarsi e invece sembra solo un pugile suonato, rido quando mio padre si lamenta pochi giorni dopo – con lei – del fastidio al volto che gli dà il suo fuoco di sant’Antonio, che lei non lo capisce che il dolore al viso è menomante; rido quando il capo mi convoca e mi dice che l’anno prossimo il mio contratto salterà ma che posso rimanere a partita iva (grazie!). Rido e penso che magari sia giunto il momento di cambiare, rido un po’ meno quando il corso che tengo, per ragioni assurde che solo un anno bisestile può giustificare, va deserto, che qualche tempo per mettermi in proprio però mi serve. Rido quando arriva il messo di equitalia con una cartella improponibile fatta tutta di multe che ExTT ha preso anni orsono con la mia macchina, ora amministrativamente fermata, perchè almeno è tutto rateizzato, finirà di pagare Figlia2, ma sono dettagli. Rido (con lui) quando LittleB mi chiama in preda ad un attacco di panico come non ne aveva da decenni, e capisco che il mio forte fratellino sta crollando e ha deciso tra tanti di chiamare proprio me, e nel dispiacere per lui sono contenta della scelta, e continuo a ridere quando la medesima sera, arrivando in una casa non sua e assai isolata spezza le chiavi di casa nella toppa e valuta seriamente di passare la notte in macchina e poi si ricorda di avere anche le chiavi della casa a fianco, che non è riscaldata, ma ancora, sono dettagli e nel momento di vero panico quello però non arriva. Rido meno quando vengo a sapere che Figlia1 non è stata presa per il campo estivo internazionale su cui avevo fatto enorme conto e per il quale l’avevo stracaricata (idiota, io) e poi, mentre le asciugo le lacrime e la tengo sulle gambe nonostante non sia più un fuscello, cerco con il cellulare altre opzioni e lei non fa muro e ritrova in un secondo l’ottimismo dandomi una potente lezione di vita. Rido quando Figliogrande conclude una disastrosa sessione universitaria con un 19 e però mi dice che io sono l’unica che lo ascolto davvero. Rido quando Figlia2 si lussa il gomito ad una settimana dalla gara che però fa e vince pure. Rido quando ExTT mi chiama per raccontarmi i cazzi suoi e mi dice che è molto stanco. Lui. Che il panico per l’imminente evento sta arrivando.

Rido. La maggior parte delle volte metaforicamente, a volte rido per non piangere altre come una pazza e temo di diventarlo, e temo anche che questo “potrebbe pure andare peggio” diventerà il mio motto per quest’ anno bisesto. Che l’idea serbbe quella di fotterlo, non viceversa.

E sei in macchina e parte LA canzone. Quella che all’inizio eri obbligata a cambiare stazione, poi ci hai versato sopra tutte le tue lacrime, poi ti chiudeva la gola e gonfiava gli occhi e non ti davi della cogliona solo perchè tu ti commuovi anche per la pubblicità della Procter & Gamble sulla mamma ogni cavolo di volta che la vedi e ormai lo sai che sei psicolabile, quindi dai la colpa alla canzone e non ai ricordi. E ti ritrovi sulle note finali, le canticchi con lo stesso trasporto di una canzoncina dello Zecchino d’oro e poi realizzi la stranezza, quando ormai è solo musica e vorresti quasi poterla risentire subito per capire cosa cavolo sia successo. La verità è che non ti ha smosso nulla, non te ne sei neppure accorta, sei così oltre che neppure LA canzone ti emoziona più. Nei giorni seguenti ascolti la radio come se fosse un test e devi constatare che per te non c’è alcuna differenza tra la più struggente delle ballate e il più sguaiato rap, la tua mente (e non solo quella) è impermeabile, il pensiero non va a niente e a nessuno e forse, da quando hai 10 anni, non hai mai provato questa strana sensazione di nulla.

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Perché quando c’è bisogno, c’è bisogno e se c’è bisogno ci sono loro

Il 2015 è stato un anno un po’ così, sì ok, di merda, ma lamentarsi non porta lontano e poi poteva pure andare peggio (che allo schifo pare non ci sia limite). Qualcosa però va salvato, e va salvato in blocco e forse, se ben guardi, ti ha anche salvata.

È così ti ritrovi su un treno locale, in pessime condizioni fisiche, che ti porta a Cittàdovesononata e realizzi che per la prima volta da tanto, tanto, (troppo?) tempo, hai lasciato Cittàlontana non per un ritorno al passato ma per la vostra serata. Hai sperato che loro attendessero il momento con almeno metà del tuo entusiasmo, perché sapevi che non sarebbe servito altro se non voi. Assieme, dal vivo, finalmente!

“Scusa, ma io non ho ancora ben capito cosa tu faccia sabato”– incalza mia mamma dopo che almeno per tre volte le ho spiegato che incontrerò amiche conosciute su internet. – “Guarda che se hai uno a me lo puoi dire eh!” – Chiosa continuando a pensare io le stia raccontando cazzate.

E invece è la pura verità. Dopo mesi di una chat di gruppo nata per caso, mesi in cui un manipolo di donne con vissuti diversi e presenti altrettanto distanti, si sono augurate il buon giorno e la buona notte, hanno commentato i più svariati accadimenti, si sono confidate, sfogate, accudite, sostenute, ma hanno anche discusso (forte) e si sono chiarite e poi discusso ancora e ancora chiarito, che quando c’è bisogno c’è bisogno e nessuna si è mai tirata indietro; abbiamo preso la prima scusa accettabile e prenotato treni, aerei, guidato auto, per vederci e trascorrere una notte nostra.

Orbene precisiamo, non è che la chat fosse sempre un luogo di elevata dissertazione o di lagna o zuffa, anzi, la maggior parte delle volte le 7 donzelle si dilettavano nello sparare una vagonata di minchiate senza darsi pace, ed è proprio per le succitate minchiate che io sapevo che la serata sarebbe stata meritevole e non me la sarei persa per nulla al mondo!

Alcune di noi si conoscevano personalmente, altre si erano solo viste, altre avevano trascorso giornate al telefono, ma l’esigenza non era quella di dare un volto ad un blog o ad una voce, ci siamo scambiate decine di foto per questo, l’esigenza era altra, era stare assieme, assieme con una birra, un bicchiere di vino, di porto, tutti e tre contemporaneamente  anche e chiacchierare e forse sancire definitivamente una delle amicizie incrociate più improbabili che mi siano mai capitate.

Ciascuna di noi aveva il compito di portare cibo e alcol, tanto cibo e tanto alcol da lasciarci le cuoia, e questa parte è stata fatta con tanta meticolosa premura che ogni boccone è stato in qualche modo “consolatorio”, si percepiva l’affetto della preparazione o della scelta, nulla lasciato al caso, neppure la musica.

Potrei raccontare nel dettaglio una serata che in realtà è iniziata per me alle 14 ed è finita alle 18 del giorno successivo, le chiacchiere fitte fitte, le risate fino alle lacrime e nel mio caso (ma forse nessuna se n’è accorta) anche le lacrime quelle vere, che alcuni argomenti fanno male. Dovrei forse riuscire ad esprimere a parole quella strana sensazione che provavo quando le guardavo una ad una mentre raccontavano o si raccontavano e io sentivo di conoscerle, in fondo, perché in ciascuna c’era anche un po’ di me, della mia vita, e così per le altre, creando unioni trasversali e concentriche che rendevano semplicemente chiaro il perché ci fossimo scelte, perché fossimo lì. Potrei raccontare con che naturalezza abbiamo condiviso 2 letti, e ci siamo sfottute per le mise notturne, ma non è questo il punto e di fatto non c’è un punto.

O forse sì. Per me. 

L’anno scorso mi ringraziavo per aver trovato la forza e il coraggio di aprire un blog, quest’anno il passo è stato però ben maggiore, ciò che dal blog è indirettamente arrivato è stato tanto e in fondo inaspettato e come cita la nostra prof. “Ogni inizio infatti è solo un seguito e il libro degli eventi è sempre aperto a metà”.

E alora solo un grazie di cuore alla padrona di casa ‘povna, che ci ha lasciato le chiavi e mai la frase: “fate come se foste a casa vostra” si è rivelata reale. Che mi sono sentita a casa dall’istante uno. Con lei ho finalmente condiviso il concetto di rotondità umana e ad un certo punto non c’era più nulla da aggiungere. Speciale. A Connie che ci ha prese e trasportate, ha cucinato per un reggimento ed è proprio come mi aspettavo dopo ore di chiacchiere telefoniche, adorabile nella sue sempre sottilissime metafore! Grazie al Purci, antico romano tra 6 donne, paziente ed educato e praticamente invisibile. Una rarità di ragazzino. Grazie a Giovol, perché ora mi sento compresa ad un livello più alto e la vita a volte è proprio buffa, a Spersa, con i suoi pensieri per tutte portati da lontano che mi hanno fatta sentire proprio ad un incontro tra amiche, per te abbiamo fatto tanto il tifo cara, o come se. Ultima, solo in ordine di citazione, Iome, che ci ha nutrite con prelibatezze ed è fine ascoltatrice oltre che  spassosa oratrice, è stato un piacere condividere con te (e Spersa) il letto. E con noi non poteva mancare Arya , in collegamento Skype dalla Svezia, ora l’obiettivo è tutt’e assieme, ma proprio tutte!

Lo scorso Natale ho scritto un post di ringraziamento a chi per me aveva avuto un ruolo in un anno complicatissimo.  Queste ragazze erano tutte presenti sabato, il che mi porta a dire che per una volta, almeno su una cosa, non mi ero affatto sbagliata.

Torno a Cittàlontana con una forte malinconia, un senso un po’ di vuoto dato anche dall’ oggettiva lontananza, che Cittàlontana è proprio lontana, cazzo. Ma porto tanto altro, un barattolo stracolmo, condivisione, comprensione, accettazione nonostante tutto e risate, tante. E la certezza che questo sia solo l’inizio.

E che inizio!

A questo punto, senza sbilanciarmi troppo, contagiata dalla serata e dalla nostra decoratrice ufficiale Connie, potrei quasi osare un augurio di Buon Natale. 

Beh, forse no, meglio non esagerare.

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….Sono stupendi i trent’anni... Sono stupendi perchè sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perchè siamo lucidi, finalmente, a trant’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti; se siamo atei siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perchè anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perchè abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perchè abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perchè abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se c’incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita.é viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna… O. Fallaci

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